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Il governo “rosso-verde” in Germania 2000
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Nonostante disponesse di una solida maggioranza nel Bundestag, il governo rosso-verde dovette fronteggiare serie difficoltà fin dalle sue prime settimane di vita. L’indirizzo da dare all’attività del governo risentì infatti delle divisioni presenti all’interno del Partito socialdemocratico, in cui a una linea economica orientata all’austerità e alla riduzione del prelievo fiscale sostenuta dal cancelliere, si contrapponeva quella del segretario Oskar Lafontaine (detto anche “Oskar il Rosso”), che richiedeva invece un prioritario intervento a favore dei disoccupati e dei settori più deboli della popolazione. Dopo un periodo di aspri contrasti, la contesa culminò nel polemico abbandono da parte di Lafontaine dell’incarico di ministro delle Finanze e di quello di segretario del Partito socialdemocratico.

A pochi mesi dal suo insediamento, il nuovo governo rosso-verde si ritrovò inoltre coinvolto nella crisi del Kosovo. La Germania, infatti, si unì alla coalizione formatasi nell’ambito della NATO che alla fine di marzo 1999 lanciò una massiccia offensiva aerea contro la Serbia. Mentre il Partito socialdemocratico si schierò in massima parte per la partecipazione tedesca all’operazione “Allied Force” (Forza Alleata), i Verdi si divisero e, in un drammatico congresso convocato d’urgenza, una mozione che chiedeva l’immediata interruzione dei bombardamenti sulla Serbia e sul Kosovo (la cui approvazione avrebbe causato l’immediato ritiro della delegazione ecologista dal governo) fu respinta solo per pochi voti.

 

Questi due importanti eventi simboleggiarono l’inizio di un processo di scollamento tra il governo rosso-verde e la sua base politica. La scelta di una strategia (la cosiddetta “terza via” teorizzata da Schröeder e dal leader laburista inglese Tony Blair) basata su una ristrutturazione del “modello sociale” tedesco anche più radicale di quella concepita da Kohl, determinò l’immediata e severa risposta della base elettorale rosso-verde. A partire dal settembre 1999 i due partiti di governo persero infatti una dopo l’altra tutte le elezioni per il rinnovo dei Parlamenti regionali, vedendo svanire il loro consenso anche nelle tradizionali roccaforti socialdemocratiche a vantaggio della CDU e del PDS.

La disfatta socialdemocratica fu tuttavia frenata dallo scoppio di un grave scandalo che coinvolse la CDU. Agli inizi del 2000 la Procura di Bonn aprì un’inchiesta contro l’ex cancelliere Kohl per una serie di finanziamenti illeciti ricevuti dal partito cristiano-democratico durante la sua segreteria. La crisi della CDU si aggravò quando Wolfgang Schäuble, il successore di Kohl alla presidenza del partito, a sua volta chiamato in causa dalle indagini della magistratura, fu costretto alle dimissioni. Il congresso riunitosi a Essen nel marzo del 2000 elesse alla segreteria generale Angela Merkel, prima donna e prima persona cresciuta nella Germania dell’Est a ricoprire una così importante carica nella Germania riunificata.

Nel novembre 1999 la Germania celebrò il decennale della riunificazione politica. Il solco che divideva le due parti del paese era tuttavia ancora profondo.

La critica situazione dei Länder orientali, causata da gravi problemi sociali, favoriva il diffondersi di preoccupanti fenomeni di disagio tra i giovani e un rigurgito del fenomeno xenofobo e razzista, che si manifestava in migliaia di atti di violenza contro gli immigrati e nella crescita del consenso dei gruppi dell’estrema destra neonazista. Nel vertice europeo tenutosi a Nizza nell’autunno 2000 la Germania condusse una vivace battaglia volta ad accrescere il proprio peso nel Consiglio europeo.

Agli inizi del 2001 aspre polemiche in seno al governo portarono alle dimissioni di alcuni ministri, causando il settimo rimpasto ministeriale dall’insediamento del governo di Gerhard Schröder nel 1998. Ancora frastornata dallo scandalo dei finanziamenti illeciti, la CDU non fu tuttavia in grado di approfittare dei contrasti governativi e in autunno venne sconfitta dai socialdemocratici nelle importanti elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale di Berlino.

Alla fine di novembre 2001, per la terza volta nell’intera vita della Repubblica federale, il governo chiese la fiducia al Parlamento. L’occasione fu fornita dalla presentazione di una mozione governativa che impegnava la Germania a intervenire accanto agli Stati Uniti nell’offensiva lanciata contro l’Afghanistan all’indomani degli attentati terroristici dell’11 settembre (vedi anche Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001). La mozione fu approvata, per una manciata di voti e solo in seguito alla minaccia di dimissioni del cancelliere Schröder, che fece rientrare il dissenso manifestatosi nei Verdi e in seno allo stesso Partito socialdemocratico. Agli inizi del 2002 nel paese iniziarono a farsi sentire gli effetti della crisi internazionale. In agosto, un’eccezionale ondata di maltempo provocò diverse vittime, diffuse inondazioni, soprattutto in Sassonia, e ingenti danni alle abitazioni e all’agricoltura. Per avviare la ricostruzione delle zone colpite il governo di Bonn rinviò di un anno la prevista riduzione delle imposte.

Schröder
Schröder
Le elezioni legislative del 22 settembre videro prevalere per poche migliaia di voti il Partito socialdemocratico sulla coalizione CDU-CSU; con un’identica percentuale dei suffragi (38,5%) i socialdemocratici e i cristiano-democratici ottennero rispettivamente 251 e 248 seggi. Gerhard Schröder riuscì a conservare la guida del governo tedesco solo grazie a una posizione nettamente contraria all’intervento militare in Iraq paventato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna e al successo dei Verdi, che si aggiudicarono l’8,6% dei voti e 55 seggi, mentre i liberali della FDP, potenziali alleati della CDU, si fermarono al 7,4% conquistando solo 47 seggi.
Il secondo mandato di Schröder si rivelò ancora più difficile del primo. Per affrontare la difficile congiuntura, il cancelliere avviò nel marzo 2003 un severo programma detto “Agenda 2010”, che includeva le riforme del trattamento pensionistico, del mercato del lavoro, dei sussidi di disoccupazione e dell’assistenza sanitaria, sollevando un diffuso malcontento nel suo elettorato. Nelle settimane successive il Partito socialdemocratico perse le elezioni per il rinnovo dei Parlamenti della Bassa Sassonia, dell’Assia e dello Schleswig-Holstein. La contestuale perdita della maggioranza nel Bundesrat obbligò i socialdemocratici a ricorrere al sostegno dei voti cristiano-democratici per mandare avanti le riforme economiche. In settembre il Partito socialdemocratico vide assottigliarsi il suo consenso in Baviera, dove la destra conquistò i 2/3 dei seggi.

Tenendo fede alle posizioni assunte durante la campagna elettorale, Schröder si schierò contro la “guerra preventiva” lanciata nel marzo del 2003 dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna contro l’Iraq di Saddam Hussein, incrinando il tradizionale allineamento del governo tedesco alla politica estera di Washington. La scelta del cancelliere determinò il riavvicinamento di Berlino alla Francia e una convergenza dei due governi su molti temi di politica europea e internazionale, in contrapposizione con l’asse filostatunitense costituito da Gran Bretagna, Spagna e Italia. In aprile i due paesi promossero con il Belgio e il Lussemburgo un summit rivolto a lanciare una cooperazione integrata in materia di difesa. Per stemperare il contrasto con gli Stati Uniti, la Germania rafforzò la sua presenza militare in Afghanistan e consentì il passaggio del comando delle forze internazionali presenti a Kabul dall’ONU alla NATO. Nel febbraio 2004 il cancelliere Schröder si dimise dalla guida del Partito socialdemocratico. Alla fine dello stesso mese la SPD perse clamorosamente la roccaforte di Amburgo. La crisi socialdemocratica si rinnovò in occasione delle elezioni del presidente della Repubblica, vinte in maggio dal candidato delle opposizioni Horst Köhler. La tornata elettorale di settembre per il rinnovo dei Parlamenti di Saarland, Sassonia e Brandeburgo si

Angela Merkel
Angela Merkel
tramutò in una nuova disfatta per la SPD; nel maggio del 2005, dopo un’ennesima sconfitta in Renania Settentrionale-Vestfalia, Schröder chiamò il paese alle elezioni anticipate. Le elezioni legislative del settembre 2005 registrano la vittoria di misura della coalizione cristiano-democratica, il cui risultato (36,8% e 226 seggi) è molto al di sotto delle aspettative e soprattutto non sufficiente a costituire un governo con i liberali (9,9% e 61 seggi). I socialdemocratici dell’ex cancelliere Gerhard Schröder, protagonisti di una forte rimonta, ottengono il 36,2% dei voti e 222 seggi e mancano una nuova vittoria solo per la buona affermazione della nuova coalizione di sinistra Die Linke-PDS, che conquista l’8,8% dei voti e 54 seggi. I Verdi ottengono l’8,3% dei voti e 51 seggi. Dopo lunghe e difficili trattative, i due principali partiti tedeschi danno vita a un governo di “grande coalizione”, guidato dalla leader cristiano-democratica Angela Merkel. Le elezioni legislative del settembre 2009 vedono la riconferma dell’Unione cristiano-democratica (CDU-CSU) della cancelliera Angela Merkel, che si aggiudica il 33,5% dei voti, affiancata dall’ottima affermazione dei liberali (FDP) con il 15%: i due partiti moderati dispongono quindi dei seggi necessari a governare il paese (rispettivamente 229 e 95 seggi, cioè 324 sui 598 del Bundestag). Buona l’affermazione della sinistra radicale Die Linke, che ottiene il 12,5% dei suffragi e 90 seggi parlamentari, superando i Verdi, che si aggiudicano il 10,5% dei voti. Deludente è il risultato dei socialdemocratici (SPD), che perdono più del 10% rispetto alle elezioni del 2005 e si fermano al 22,5% dei voti (143 seggi). "Germania," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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