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Il teatro italiano durante il rinascimento italiana
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Il dibattito teorico pesò, in particolare, sulla definizione del genere tragico, che sarebbe rimasto il più regolato, solenne e autorevole fino a tutto il Settecento. Le sue disputatissime norme finirono col blindarlo in spazi in cui le innovazioni erano ardue, e certamente l’unico grande tragico della nostra storia letteraria, Vittorio Alfieri, lo si trova solo alla fine del Settecento. Le tragedie di Gian Giorgio Trissino o di Luigi Alamanni (1495-1556) hanno per noi solo valore storico, e anche quelle di Giambattista Giraldi Cinzio, innovative soprattutto per il ricorso al modello di Seneca, col seguito di cupe atrocità che esso comporta, appaiono datate.

 

Di molto maggiore libertà compositiva e insieme di migliore fortuna hanno goduto le commedie. La commedia è al centro dell’invenzione del teatro moderno, che assunse a modello – nella trama e nella configurazione dei personaggi – gli autori latini (Plauto e Terenzio) per proporre agli occhi della società aristocratica le trame della vita quotidiana. Spetta ad Ariosto il merito di aver iniziato il nuovo teatro umanistico (La Cassaria, 1508; I Suppositi, 1509) e di aver prodotto con La Lena (1528) uno dei testi più indipendenti e capaci di maggior presa.

Un vero capolavoro è la Mandragola (1518 ca.) di Machiavelli, in cui gli schemi e le convenzioni tradizionali del genere costituiscono gli snodi in cui si articola un’amara rappresentazione di come, per usare un’espressione del Principe, “l’uomo non è se non vulgo”. Uno dei testi maggiori del teatro italiano del primo Cinquecento è la Calandria (1513) del Bibbiena (1470-1520).

A questi si possono aggiungere le commedie di Pietro Aretino (La cortigiana, 1524; La Talanta, 1542) e il testo anonimo di La Veniexiana (1530 ca.).

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Giraldi Cinzio, Giambattista
Giraldi Cinzio, Giambattista
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