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Storia dell'Italia : la “strategia della tensione” in Italia nell'1969
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In una situazione di profondo mutamento della società, i governi di centrosinistra persero vigore, indeboliti sia dalla crescente ostilità manifestata anche in forme antidemocratiche da diverse forze economiche e sociali, sia dai conflitti interni agli stessi partiti della coalizione. Intanto la crescita economica cominciò a rallentare, subendo gli effetti della crisi internazionale: nel 1971 il presidente americano Richard Nixon decretò la fine del sistema monetario mondiale (convertibilità del dollaro); nel 1973 scoppiò la crisi petrolifera con l’aumento dei prezzi del greggio, che generò nuovi squilibri nella bilancia commerciale di un paese, come l’Italia, in questo settore totalmente dipendente dall’estero. Svalutazione della lira, inflazione a livelli record per l’Europa, con punte sopra il 20% annuo, e caduta della produttività furono i fenomeni con cui dovettero misurarsi le forze politiche e sociali in quel difficile decennio.

A scuotere la convivenza civile intervenne quella che è passata alla cronaca e alla storia italiana come “strategia della tensione”, una lunga sequenza di attentati terroristici che causarono centinaia di morti. Il primo atto terroristico avvenne a Milano nel 1969 (bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura); seguirono poi gli attentati di Brescia (1974), durante una manifestazione sindacale, e della stazione di Bologna (1980), con 85 vittime, la bomba sul treno Milano-Napoli (1984), solo per ricordare gli attentati di maggiore violenza. Sebbene la responsabilità penale di molti degli atti terroristici che sconvolsero l’Italia in quegli anni non sia mai stata completamente accertata, è da tempo chiaro che fu voluta e perseguita da gruppi di potere politico, militare ed economico per impedire o quantomeno ostacolare l’affermazione dei partiti di sinistra, in un quadro internazionale ancora molto condizionato dallo scontro tra il Blocco occidentale e quello comunista.

Secondo quanto le indagini riuscirono ad accertare e secondo alcune sentenze definitive, in molti casi gli attentati furono opera materiale di militanti di gruppi di estrema destra, e vi fu implicato quel complesso sistema di potere occulto con ramificazioni in settori dei servizi di sicurezza, in associazioni segrete (logge massoniche, come la P2), nelle istituzioni, con l’obiettivo di destabilizzare il paese e di innescare una svolta autoritaria.

Dalla metà degli anni Settanta il terrorismo praticato in Italia non fu solo quello di destra; si formarono gruppi clandestini terroristi di sinistra (le Brigate Rosse e altre formazioni analoghe), che inizialmente effettuarono sequestri di persona e ben presto passarono ad attentati veri e propri, con ferimenti e omicidi di magistrati, uomini politici, poliziotti, giornalisti, professori universitari e sindacalisti. Loro scopo era di mettere in crisi lo stato democratico per provocare una rivoluzione anticapitalista.

La solidarietà nazionale
Il rallentamento dello sviluppo economico, l’emergere di oscure trame reazionarie e soprattutto l’avanzata, nelle elezioni politiche del 1976, del maggiore partito di opposizione, il PCI, determinarono la crisi del centrosinistra. Anche per l’incalzare del fenomeno terroristico, si aprì allora una nuova fase nella storia dell’Italia repubblicana, caratterizzata dalla ricerca, da parte della Democrazia Cristiana e del Partito comunista, due forze che avevano un retroterra ideologico contrapposto, di un terreno d’intesa per garantire, in quel delicato momento, stabilità di governo e coesione nazionale. Sul piano concreto, l’intesa si tradusse in un accordo parlamentare tra la maggioranza e l’opposizione per la formazione di due governi a guida democristiana (presidente del Consiglio fu Giulio Andreotti), definiti di solidarietà nazionale, che si ressero il primo, nel 1976, sull’astensione dei comunisti e dei socialisti, il secondo, nel 1978 sull’appoggio esterno (senza ministri) del PCI e di altri partiti.
Giulio Andreotti
Giulio Andreotti
Il democristiano Aldo Moro fu il sostenitore di questa svolta, voluta altresì dal segretario comunista Enrico Berlinguer. Nel 1978 le Brigate Rosse organizzarono il rapimento e l’assassinio di Moro. L’episodio segnò il culmine dell’attacco contro lo stato, ma anche l’inizio della crisi del terrorismo, colpito da una più efficace azione repressiva svolta da polizia e carabinieri che, ricorrendo anche alle confessioni di terroristi pentiti, riuscirono a smantellare le organizzazioni clandestine armate. Ma la vicenda del sequestro di Moro segnò anche la fine della solidarietà nazionale: ritornò al governo una coalizione di centrosinistra che, dopo il 1981, si allargò anche al PLI. Il centrosinistra, nella nuova versione di pentapartito, rimase al potere per oltre un decennio, ma propose allo stesso tempo un’ipotesi di superamento dell’egemonia democristiana. Per la prima volta nella storia della repubblica la presidenza del governo fu assunta da esponenti politici non appartenenti alla DC. Capo del governo diventò, nel 1981, il repubblicano Giovanni Spadolini; seguirono, tra il 1983 e il 1987, due governi diretti da Bettino Craxi, segretario del Partito socialista, nel corso dei quali si registrò una breve ripresa economica dopo un decennio di difficoltà.
Crisi del sistema politico
Nel quadro politico degli anni Ottanta, una delle novità più importanti fu l’affermazione nelle consultazioni elettorali di nuovi gruppi estranei ai partiti tradizionali: il Partito radicale, gli ambientalisti (i Verdi) e le leghe regionali, attive in Lombardia e in altre regioni del Nord. Nella coscienza degli italiani crebbe intanto il rifiuto per la degenerazione della vita politica italiana che coinvolgeva i partiti tradizionali e che si manifestava in modi diversi: dalla concessione di privilegi di varia natura in cambio di voti (clientelismo) all’intreccio politica-affari, che aveva assunto nel tempo proporzioni sempre più ampie, al dilagare dell’illegalità e della criminalità organizzata. Agli inizi degli anni Novanta il quadro politico italiano, rimasto pressoché immutato per quasi cinquant’anni, subì una serie di profondi sconvolgimenti che parvero segnare il tramonto della prima repubblica. La crisi del comunismo sovietico alla fine degli anni Ottanta e il conseguente crollo dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est ebbero una ripercussione immediata in Italia. Il PCI, che già da qualche tempo aveva avviato un processo di revisione ideologica, diede vita a una nuova formazione politica di orientamento riformista, mutando il nome in Partito democratico della sinistra (PDS), ma subendo la scissione di una cospicua minoranza, il Partito della rifondazione comunista. "Italia" Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2008
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