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La letteratura in Italia: il romanticismo dell' ottocento
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I connotati essenziali del romanticismo italiano (o meglio lombardo, che, sulla base dei modelli europei tedeschi e francesi, si definì a partire da una serie di manifesti teorici a Milano nel 1816) implicano un’estetica diversa rispetto a quella classicistica. Al rifiuto del principio di imitazione e dell’idea della bellezza come universale e come rappresentazione idealizzata della realtà, si accompagna l’idea che la bellezza sia relativa agli individui storici (nazioni e singoli) e sia espressione della società (cioè dei problemi storico-politici ed esistenziali che essa vive); che la letteratura, con funzione educativa, debba rivolgersi a un pubblico più allargato e richieda dunque strumenti linguistici di comunicazione semplici e popolari; che la verità sia storica e l’individuo sia il centro di organizzazione della realtà. Inoltre la nuova estetica si mosse lungo una direttrice realistica, dando spazio al gusto e alla moda patetico-sentimentale, e valorizzò la dimensione e l’esperienza religiosa.

 

Questi principi e queste tendenze comportarono una svolta radicale nella cultura e nella sensibilità rispetto alla secolare tradizione classicistica. Fu una svolta ottimistica (connessa all’idea settecentesca di progresso), che si sarebbe progressivamente consolidata nel corso dell’Ottocento, ma che all’inizio avvenne quasi senza soluzione di continuità rispetto alla cultura illuministica (lombarda) più impegnata. La battaglia classico-romantica sui principi che ne scaturì, vide i due schieramenti rivendicare entrambi la nozione di “italianità”, a conferma della dimensione etico-politica sottesa.

I romantici lombardi ebbero come strumento di battaglia il periodico “Il Conciliatore” (1818-1819). Ma il massimo interprete, nel concreto delle scelte e della produzione letteraria, fu Alessandro Manzoni. I suoi Promessi sposi, primo grande romanzo italiano moderno, costituirono, grazie anche alla rigorosa revisione formale nella direzione di un fiorentino parlato dalle classi colte, un oggettivo modello di lingua nazionale. Manzoni esercitò sul piano letterario e linguistico la stessa funzione nazionale che altri esercitarono sul piano politico.

Il romanticismo italiano, a parte Manzoni, non produsse scrittori di rilievo, ma molti intellettuali impegnati in un’opera di formazione nazionale. Sul versante più propriamente letterario si ricordano i memorialisti (Silvio Pellico con Le mie prigioni, 1832); gli scrittori garibaldini (Luigi Settembrini, Massimo D’Azeglio);

i romanzieri (con tanti romanzi mediocri: Tommaso Grossi, Cesare Cantù, Francesco Domenico Guerrazzi); per la poesia Giovanni Berchet; e, al confine tra lingua letteraria toscana e vernacolo toscano, Giuseppe Giusti. Sul versante storico-politico, con legami più diretti con il processo del Risorgimento di cui furono protagonisti, vanno ricordati Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo, i quali rinnovarono l’impegno civile e politico di storici come Vincenzo Cuoco, Carlo Botta (1766-1837) e Pietro Colletta (1775-1831).

Deludente fu soprattutto il romanzo (il genere romantico per eccellenza), anche nel caso del primo romanzo psicologico italiano, Fede e bellezza (1840) di Niccolò Tommaseo, scrittore importante per molti aspetti, specie per gli studi linguistici: a lui si deve il monumentale Dizionario della lingua italiana (1858-1879). L’unico grande romanzo, dopo i Promessi sposi, fu un romanzo di formazione (vedi Bildungsroman) che interpretò tutta la vicenda del Risorgimento lungo otto decenni, importante anche per le molteplici modalità interne su cui è costruito e per un diverso orientamento linguistico rispetto al Manzoni: si tratta delle Confessioni di un italiano (pubblicato postumo nel 1867) dello scrittore-patriota Ippolito Nievo. Le voci più forti del primo Ottocento sono quelle di due poeti dialettali, i più grandi di tutta la tradizione letteraria dialettale in Italia: il milanese Carlo Porta, che costruì un’epopea degli emarginati, e il romano Giuseppe

Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni. Encarta
Gioachino Belli, che rappresentò nella plebe di Roma un mondo abbandonato a se stesso, fuori dalla storia, schiacciato in un dolente e misero presente senza memoria, senza fede e senza speranza: è il mondo della Roma papalina nei decenni che precedono l’unità d’Italia.
Quanto al teatro romantico, prevalse la tragedia storica, cui si dedicarono in molti ma con risultati mediocri. Vi si dedicò anche Nievo (Spartaco e I Capuani), ma il nome più significativo è quello del toscano Giovan Battista Niccolini. Grande importanza culturale, anche per la penetrazione in tutti gli strati sociali, rivestì il grande melodramma romantico. In questo melodramma non esiste più la frattura tra linguaggio poetico e quello musicale, perché la musica invade ogni momento dell’azione e finisce per avere un deciso sopravvento sulla parola. Nel libretto dell’Ottocento è spesso il musicista a pilotare la scrittura e nell’opera di Giuseppe Verdi il libretto è del tutto subalterno alla musica. Tuttavia, spesso si creava un’intesa stretta tra librettista e musicista, come nel caso di Verdi con Francesco Maria Piave e con Salvatore Cammarano. Certo è comunque che un’opera come La traviata interpreta nelle forme più tipiche – sentimentali e popolari – l’atmosfera romantica. Il 1871, l’anno del trasferimento della capitale a Roma dopo la fine del potere temporale dei papi, quando si sancì il compimento del processo di unità nazionale, fu anche l’anno in cui Francesco De Sanctis portò a termine la sua Storia della letteratura italiana, che è il “romanzo” della storia nazionale d’Italia raccontato sul versante della letteratura e, insieme, un’interpretazione del passato italiano da una prospettiva romantico-risorgimentale. "Letteratura italiana," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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