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Poesia e prosa italiana durante il seicento
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Il gusto barocco trovò un campo di applicazione privilegiato nella lirica, col suo rifiuto del linguaggio normale. Si tratta di una vasta produzione senza capolavori. Un posto a parte occupa l’opera di Giambattista Marino, tanto celebre da essere chiamato come poeta di corte in Italia e a Parigi. Il suo testo maggiore, l’Adone, di proporzioni enormi (quasi tre volte la Divina commedia), è un poema antinarrativo, che si sviluppa per digressioni attraverso una rete di analogie che evocano la realtà sottoponendola, transitoriamente, alla curiosità di tutti i sensi. Già la sproporzione fra la trama esile e la dispersione senza fine delle immagini dice la distanza dai modelli del Cinquecento. Marino portò al limite estremo la figura del letterato cortigiano che si avvale della sua penna per ottenere vantaggi e gloria, e fece anzi dei riconoscimenti del pubblico il criterio di verità estetica della sua opera. Tuttavia, il suo culto della metafora e l’ingegnosità mostrata nel costruire concettini e arguzie lo resero un maestro per i lirici del Seicento. Inoltre, le qualità melodiche della sua poesia contribuirono allo sviluppo del melodramma e avrebbero trovato, nel Settecento, la continuazione migliore nelle opere, certo non barocche, di Metastasio.

 

La dissoluzione del genere epico narrativo in un grande castello lirico è un caso di quella anticlassica tendenza alla mescolanza dei generi che caratterizza il secolo. Ad Alessandro Tassoni, figura di letterato dissacratore, si deve il merito di aver creato con La secchia rapita il modello del genere eroicomico, un tipo di poema che, a parte gli intenti parodistici, si struttura sull’alternanza continuamente variata di serio e comico.

A conclusione del secolo si ricorda l’opera di due poeti che ebbero fortuna nel Settecento per la tendenza a conservare il senso della misura e della razionalità classicistiche in opposizione al concettismo del Marino. Si tratta anzitutto del savonese Gabriello Chiabrera, che si segnalò e venne in seguito valorizzato per la sensibilità metrica. I suoi risultati migliori stanno nella struttura della Canzonetta, configurata sul modello lirico di Anacreonte e giocata su versi brevi, dalla musicalità lieve e fuggevole. L’altro poeta è il ferrarese Fulvio Testi che, nella ricerca di una poesia eroica, rifuggì dal gusto sensuale della metafora barocca e predilesse parole brevi e solenni.

Rispetto alla preziosità artificiosa della poesia, la prosa manifesta un maggiore interesse per l’attualità e la vita degli uomini e comporta alcune delle sperimentazioni più interessanti del secolo.

Nel corso del Seicento si diffuse il romanzo in prosa che, anche quando è ambientato in luoghi esotici o fantastici, riproduce ambienti contemporanei riconoscibili e predilige tematiche erotiche e sensuali. Uno di questi romanzi è quell’Historia del cavalier perduto (1634) di Pace Pasini (1583-1644) che qualcuno (il critico Giovanni Getto) ha voluto indicare come il “manoscritto” trovato e riscritto da Manzoni nei Promessi sposi.

I romanzieri furono numerosi e godettero di buona fama anche all’estero. La lingua impiegata era ormai italiana, cioè sovraregionale. E il romanzo fu uno dei generi che accrebbero il numero dei lettori. Il risvolto più estroso della prosa barocca si ha con Il cane di Diogene (pubblicato postumo nel 1689) del genovese Francesco Fulvio Frugoni (1620 ca.-1684 ca.), pastiche in cui si combinano vari argomenti e che ha come modelli la satira menippea e gli autori che la riproposero (Petronio, Luciano, Rabelais).

La prosa barocca era un prodotto della cultura laica della prima generazione barocca; ma poi i gesuiti, impegnati nel controllo della produzione e della trasmissione culturale, ne fecero uno strumento importante del proprio intervento nella società per definire comportamenti e scelte. E i risultati migliori della prosa del Seicento sono nelle opere del padre Daniello Bartoli, autore dell’Historia della Compagnia del Gesù oltre che di molte opere devozionali. La sua capacità di conciliare precisione e artificio avrebbe destato anche l’ammirazione di Leopardi.

Chiabrera, Gabriello
Chiabrera, Gabriello
In parallelo alla prosa in lingua, nel Seicento ebbe un sensibile sviluppo la letteratura dialettale, per il peso delle tradizioni locali o per gusto bizzarro. Si tratta pur sempre di letteratura prodotta dall’alto, ma capace di registrare aspetti della vita popolare. È letteratura che in ogni caso non ambisce a porsi come alternativa a quella nazionale e accetta quindi la posizione subalterna. Le prove dialettali più interessanti e corpose sono quelle napoletane, ma vanno registrate quelle romanesche (il poema Meo Patacca, 1695, di Giuseppe Berneri), quelle bolognesi, quelle veneziane e quelle milanesi. Quella napoletana è legata ai nomi di Giulio Cesare Cortese (1575-1627), che si dedicò soprattutto alla poesia, e di Giambattista Basile, noto soprattutto per Lo cunto de li cunti (1634), cinquanta fiabe destinate ai piccoli e scritte in una lingua manipolata in modo assai personale. Un posto a sé occupa il bolognese Giulio Cesare Croce, la cui fama è legata a Le sottilissime astuzie di Bertoldo (1602) e a Le piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino (1608), che hanno nutrito a lungo l’immaginario popolare, ma che esprimono valori moderati e l’accettazione della scala sociale. "Letteratura italiana," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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