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i movimenti migratori in Italia
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L’Italia, per la povertà delle sue risorse e la povertà delle iniziative economiche, è stata per oltre un secolo, dal 1861 fino agli anni Settanta del Novecento, terra di emigrazione; si stima che siano espatriati in cerca di lavoro circa 22 milioni di italiani, per la massima parte originari del Mezzogiorno. Gli Stati Uniti innanzi tutto, poi alcuni paesi dell’America meridionale, soprattutto l’Argentina, furono le aree verso le quali si indirizzarono con maggior intensità le emigrazioni; nel solo periodo 1901-1913, quando il fenomeno toccò le punte massime, lasciarono l’Italia più di 8 milioni di persone, cioè una media di oltre 600.000 all’anno.

I movimenti migratori

Due elementi portarono, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, a contrarre se non a eliminare i flussi migratori: le fortissime restrizioni poste dal governo statunitense ad accogliere nuovi immigranti e la politica del governo italiano, che in epoca fascista fu decisamente contrario a consentire le emigrazioni.

I flussi migratori degli italiani verso l’estero ripresero a partire dal secondo dopoguerra, e furono molto intensi tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Settanta; l’emigrazione però non si volse più verso l’America ma, soprattutto, verso alcuni stati europei più ricchi e in forte dinamismo economico, soprattutto la Germania Occidentale, la Francia e il Belgio, che chiedevano lavoratori nelle fabbriche, nelle miniere, nell’edilizia, nei servizi alberghieri e nella ristorazione.

La crisi economica mondiale della metà degli anni Settanta ridusse drasticamente, sino ad annullarle, le domande di manodopera straniera; nel frattempo però si era registrato un innegabile miglioramento generale delle condizioni di vita nel nostro paese e si erano accresciute le opportunità di lavoro. L’Italia cessava di essere terra di emigrazione, registrando anzi molti rimpatri.

Immagine di Firenze

I tetti di Firenze

Dai primi anni Ottanta del Novecento un fenomeno assolutamente nuovo per il nostro paese diventava man mano più evidente: l’arrivo di sempre più numerosi immigranti, provenienti perlopiù dalle aree più povere dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina, secondo un fenomeno già da tempo in atto in paesi come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania. Con gli anni Novanta si è rafforzata anche l’immigrazione di cittadini della ex Iugoslavia, devastata dalla guerra civile, dell’Albania e di altri paesi dell’Europa orientale (tra cui in particolare Ucraina e Romania).

Questa inversione di tendenza ha prodotto una crescente presenza di popolazione straniera in Italia, valutata in più di 2 milioni di persone (ma la cifra non comprende gli immigrati non in regola con le norme di soggiorno), e ha creato per il paese problemi mai affrontati in precedenza, sia di ordine pratico (la creazione di centri di prima accoglienza, ad esempio) sia culturale: l’abitudine a vivere e confrontarsi con genti che praticano abitudini di vita, credenze e costumi diversi. Molti sono immigrati illegalmente e sono quindi clandestini; essi vivono perlopiù di espedienti, soprattutto del piccolo commercio ambulante. Altri hanno potuto trovare un lavoro stabile e regolarizzare la loro posizione, ottenendo l’assistenza sanitaria e l’accesso alle scuole.

Questi immigrati sono globalmente, benché impropriamente, definiti “extracomunitari” in quanto non provengono dai paesi dell’Unione Europea; tendono a stabilirsi nel Nord d’Italia, dove possono trovare più facilmente lavoro, oppure nell’area attorno a Roma. Il Sud, anche per le sue lunghe coste sulle quali è più facile sbarcare illegalmente, rappresenta in genere il primo approdo, in vista di successivi spostamenti nel territorio italiano o europeo.

Le comunità più numerose presenti nel nostro paese sono oggi quelle della Romania, dell’Albania, del Marocco, dell’Ucraina, della Cina, dell’ex Iugoslavia, delle Filippine, della Polonia e della Tunisia. Encarta
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