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Storia della Danimarca : La monarchia costituzionale e la costruzione dello stato sociale
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Nel 1848 Cristiano VIII emanò la prima Costituzione, sostituita l’anno seguente da una carta assai più liberale promossa dal suo successore Federico VII; il paese divenne così una monarchia costituzionale in cui erano garantite le libertà civili. Nel frattempo, i ducati filoprussiani ma soggetti all’autorità della Corona danese, di Schleswig e Holstein (vedi Schleswig-Holstein) iniziarono a rivendicare la propria indipendenza; la diatriba venne temporaneamente placata grazie all’intervento diplomatico delle potenze europee (soprattutto Russia e Svezia, contrarie a un avvicinamento della Prussia al Baltico) che, attraverso il trattato di Londra (1852), decisero di lasciare invariati i confini danesi. Tuttavia, nel 1864, Prussia e Austria dichiararono guerra alla Danimarca (vedi Guerre danesi-prussiane) che, sconfitta, fu costretta a cedere il ducato di Holstein all’Austria e quelli di Lüneburg e Kiel alla Prussia (che ottenne anche lo Schleswig in amministrazione).

Nel 1866, in seguito a un emendamento costituzionale, vennero costituite due Camere: il Landsting (eletto a suffragio ristretto, dominato dai grandi proprietari) e il Folketing, in cui prevalevano i partiti popolari tra cui il Partito socialdemocratico, fondato nel 1876 e radicato nel crescente proletariato industriale; le tensioni e gli scontri fra questi due organi costituzionali animarono per trent’anni la vita politica del paese, dominata dal Landsting e dalle forze conservatrici. Solo nel 1901 i partiti della sinistra riuscirono a costituire un primo governo e a lanciare un programma di riforme sociali, culminato nel 1915 con l’introduzione del suffragio universale esteso alle donne.

Nel 1914, al pari di Svezia e Norvegia, la Danimarca proclamò la sua neutralità tenendosi fuori dalla prima guerra mondiale.

1918 il paese riconobbe l’indipendenza dell’Islanda, al cui vertice restò tuttavia il sovrano danese. Nel 1920, in base a un plebiscito, lo Schleswig settentrionale tornò a far parte della Danimarca, mentre quello meridionale restò alla Germania. Dal 1929, grazie al governo socialdemocratico, il paese si dotò di una efficiente legislazione sociale.

Nel 1940, rompendo il patto di non aggressione sottoscritto l’anno precedente, la Germania occupò la Danimarca; alla guida del paese si insediò un governo di unità nazionale che accettò di collaborare con la Germania nazista. Nel 1942 circa seimila ebrei danesi vennero avviati nei campi di sterminio. Nel 1943 il tentativo compiuto dai danesi di sottrarsi al controllo tedesco indusse Berlino ad assumere direttamente l’amministrazione del paese, in cui si sviluppò un forte movimento di resistenza.

Rasmusen
Rasmusen Danimarca. Encarta
Durante la guerra la Gran Bretagna occupò le isole Fær Øer e gli Stati Uniti stabilirono un protettorato provvisorio sulla Groenlandia. Nel 1944 l’Islanda ruppe gli ultimi legami con la Danimarca, proclamando la sua sovranità.
Dopo la liberazione i socialdemocratici riconquistarono la guida del governo. Nel 1949 la Danimarca rinunciò alla propria neutralità aderendo alla NATO. Nel 1953 fu adottata una nuova Costituzione che, abolendo il Landsting (la Camera alta), modificò il Parlamento in senso unicamerale. Membro dell’EFTA nel 1959, il paese aderì nel 1972 alla CEE. Al lungo periodo di egemonia parlamentare socialdemocratica seguì, nel 1968, un breve governo di coalizione tra liberali e conservatori che durò fino al 1971, quando tornò in carica il primo ministro socialdemocratico Jens Otto Krag. L’anno successivo, in seguito alla morte di re Federico IX, la figlia Margherita II salì sul trono danese. "Danimarca," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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