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Letteratura italiana dell'Novocento
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La lezione linguistica combinata di Pascoli e di D’Annunzio (rifiutato nei temi e negli atteggiamenti superomistici) presiede alla poesia dei crepuscolari e in particolare di Guido Gozzano, che a sua volta offrì tematiche e soluzioni linguistiche poi passate a Eugenio Montale. I crepuscolari (Sergio Corazzini, Corrado Govoni, il primo Marino Moretti e altri) espressero, a conclusione dell’irrazionalismo decadente, la crisi dell’uomo e della letteratura (si veda Moretti, poeta che non ha “nulla da dire”) e rifiutarono non solo la figura del poeta-vate (nella versione moderna, D’Annunzio) ma ridussero il ruolo stesso della poesia.

La coscienza della crisi (si era alla vigilia e nel corso della prima guerra mondiale) si accompagnava peraltro a un vitalismo estremo, entusiasta della modernità, di cui massima espressione è il futurismo, quasi incarnato da Filippo Tommaso Marinetti e interpretato su registri diversi dagli ex crepuscolari Corrado Govoni e Aldo Palazzeschi, creativo, scanzonato e dissacrante, ma leggero come pochi.

 

Una cesura con l’Ottocento, a parte un senso diffuso di crisi o di smania di rifondazione (futurismo), è simbolicamente segnata dall’adozione in Italia del verso libero, che interruppe una tradizione secolare di versificazione “non libera” e di impiego ordinato della rima. Il verso libero, che sarebbe stato dominante nel Novecento, in Italia fu teorizzato con passione dal disordinato sperimentatore Gian Pietro Lucini e adottato inizialmente dai futuristi, con tentativi di superarlo nelle apocalittiche applicazioni delle “parole in libertà”.

La coscienza della crisi di inizio secolo è, con diversi sviluppi, al centro dell’opera di due grandi scrittori, Luigi Pirandello e Italo Svevo. Il primo, nelle novelle, nei romanzi e nel teatro (è anche uno dei pochi grandi scrittori di teatro in Italia) indagò sull’inautenticità e sull’aggressività sulle quali si fondano i rapporti sociali tra gli uomini, che si trovano in una condizione di continuo scacco nella vita (Il fu Mattia Pascal, 1904), oltre che sulla disintegrazione di quella coscienza individuale (Uno, nessuno e centomila, 1926) che solo un secolo prima era stata al centro della rivoluzione romantica.

Quanto a Svevo, anch’egli proveniente dall’esperienza del naturalismo, ma a contatto con la cultura mitteleuropea e beneficiario dell’incontro con James Joyce, trasferì l’analisi oggettiva all’interno della coscienza, scoprendo (in un rapporto ruvido con Freud) la dimensione che sta oltre la coscienza, interpretando

la vita, imprevedibile e non dominabile, come malattia, e facendo, attraverso l’ironia, della coscienza di inettitudine una strategia esistenziale. L’indagine oltre le apparenze della coscienza fu così radicale che Svevo dissolse le tradizionali strutture del romanzo e trasformò la sua lingua, di matrice triestina, in uno strumento di penetrazione, nell’apparente grigiore, oltre le falsificazioni inevitabili del linguaggio.

A fronte di tante testimonianze di inquietudine e di senso di inadeguatezza e disorientamento – e nel loro contesto – stanno altre ricerche volte a fondare una nuova etica, una nuova coscienza civile e politica (soprattutto negli anni del regime fascista) e un nuovo dominio intellettuale sulla realtà di tipo razionalista. Ci si riferisce alla ricerca espressa dalle prime riviste del Novecento, agli scritti e alla lezione morale di Piero Gobetti e Antonio Gramsci e al pensiero critico ed estetico di Benedetto Croce.

Nel primo Novecento il confronto di idee passò attraverso una serie di riviste di vario orientamento: “Il Leonardo” (1903-1907) e “Lacerba” (1913-1915), la rivista di Giovanni Papini e di Ardengo Soffici, espressione di un’oltranza futurista; “La Voce”, fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 e durata fino al 1916, con rifondazione nel 1914 di Giuseppe De Robertis, importante rivista interessata prima ai grandi problemi morali e sociali e poi divenuta organo dell’“idealismo militante”; “La Critica” (1903-1944) di Benedetto Croce. In seguito comparvero “La rivoluzione liberale” (1922-1925) di Piero Gobetti e “L’Ordine Nuovo” (1919-1925) di Antonio Gramsci, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti; “Il Baretti” (1924-1928) di Piero Gobetti, Augusto Monti, Leone Ginzburg, Giacomo Debenedetti; “Solaria” (1926-1936) di Alberto Carocci, Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti.

In parallelo alle prime riviste, alcuni scrittori si dedicarono a un integrale rinnovamento etico e artistico: Carlo Michelstaedter, Piero Jahier, originale e insolito poeta, Giovanni Boine, Scipio Slataper.

Dino Campana
Dino Campana. Encarta
E, sul fronte critico, ci fu l’opera di un raffinato e inquieto lettore, Renato Serra. Grandi contributi intellettuali al rinnovamento dell’Italia durante e dopo il fascismo dettero Piero Gobetti, con la sua affermazione integrale di libertà e di saldezza morale, e Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere – uno dei cui centri è l’analisi del comportamento degli intellettuali nella nostra vita nazionale – costituirono un vero e proprio nutrimento per la cultura dal 1947, anno della prima edizione, fino a tutti gli anni Settanta. La razionalità politica, di tipo marxista, di Gramsci ha il suo corrispondente idealistico nell’opera e nel pensiero di Benedetto Croce, che con l’Estetica (1902) e col lavoro di critico esercitò un’egemonia culturale lungo tutto il primo Novecento in Italia, condizionando tutta la critica accademica di quel periodo.

Sono collocabili nell’ambito del primo Novecento l’opera del critico e romanziere siciliano Giuseppe Antonio Borgese e l’opera del senese Federigo Tozzi. Borgese contrapponeva alla scrittura del “frammento” e all’autobiografismo prevalenti nei “vociani” l’idea di un romanzo capace di interpretare la realtà storica: con Rubé (1921), criticò l’interventismo attraverso un personaggio che trasferisce irrazionalmente la propria passività nell’intervento nella storia. Tozzi offrì una narrativa a sfondo autobiografico e di taglio apparentemente naturalista; il suo capolavoro, Con gli occhi chiusi (1919), caratterizzato da un espressionismo violento, presenta un inetto che, in una realtà disumana e minacciosamente estranea, chiude gli occhi per non vedere l’insopportabile stranezza dell’esistenza. "Letteratura italiana," Microsoft® Encarta

Luigi Pirandello
Luigi Pirandello. Encarta
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