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Economia italiana : le crescenti sfide internazionali
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I fattori di fragilità dell’economia italiana sono quindi evidenti e dipendono sia da iniziali errori di gestione, che hanno finito per gravare, sul lungo periodo, nella vita del paese, sia da carenze che attengono alla geografia e alla storia. Essi vengono avvertiti in limitata misura quando l’economia mondiale nel suo complesso attraversa fasi d’espansione e le esportazioni italiane, che riguardano perlopiù beni di consumo, trovano ampi spazi di mercato. Ma quando l’economia mondiale entra in fase di crisi, solo le economie forti e ben strutturate riescono a superare le difficoltà, imponendo egualmente sul mercato internazionale i propri prodotti, in quanto s’impegnano fortemente nella produzione di beni ad alta tecnologia aggiunta, che altri paesi non sono in grado di fornire. L’esempio più classico, in questo secondo caso, è oggi offerto dal dominio degli Stati Uniti e del Giappone nelle tecnologie avanzate e nell’informatica.

 

La prima seria crisi attraversata dall’economia mondiale si ebbe alla metà degli anni Settanta, quando i paesi produttori e esportatori di petrolio (i paesi dell’OPEC) all’improvviso rialzarono enormemente il prezzo del greggio sui mercati mondiali. Tutte le industrie, che hanno nel petrolio la loro fonte energetica principale, ebbero contraccolpi molto pesanti: si contrassero i consumi e si giunse a vere e proprie recessioni.

La maggior parte dei paesi altamente industrializzati riuscì, anche se con gravi costi sociali (licenziamenti, contenimento dei salari, diminuzione del tenore di vita ecc.), attuando programmi di privatizzazione del settore pubblico (che ha ceduto miniere, ferrovie, sistema energetico, servizi postali, flotta commerciale aerea ecc.), a recuperare il proprio potenziale produttivo nel corso degli anni Ottanta. L’Italia, al contrario, entrò in una crescente spirale d’indebitamento, raggiungendo livelli di inflazione (perdita del potere d’acquisto della moneta) che toccarono il 20% annuo.

La situazione monetaria divenne insostenibile. Il crollo della lira fu tale che nel 1992 l’Italia fu costretta a uscire dal Sistema monetario europeo (SME), l’ente che regola i rapporti di cambio tra le varie monete europee, di cui nel 1979 era stata tra i membri fondatori.

Tuttavia una politica economica di rigore, di risanamento del debito pubblico e di privatizzazione si era definitivamente, anche se molto tardivamente, imposta. Il 1° gennaio 1993 la Comunità economica europea si trasformava nell’ancora più vincolante Unione Europea (UE), una sorta di fase preparatoria a una vera e propria federazione, o confederazione, di stati, con ampi poteri sovranazionali.

Tra gli obiettivi principali dell’UE si ricordano il coordinamento nei settori della politica estera, della giustizia, della sanità, degli organismi di polizia, dell’istruzione ecc., ma in ambito economico soprattutto l’adeguamento ai parametri di Maastricht, dal nome della città olandese in cui i paesi dell’Unione Europea firmarono il relativo accordo. Questi parametri impongono ai paesi membri l’obbligo di non oltrepassare talune percentuali del tasso d’inflazione, di mantenere un determinato rapporto tra debito pubblico e reddito prodotto, tutto ciò come condizione per consentire l’abolizione delle monete nazionali e l’introduzione di un’unica moneta europea, l’euro appunto, adottata come valuta di scambio dalle banche e dalle borse valori dal 1° gennaio 1999, e che ha sostituito le divise monetarie dei paesi aderenti il 1° gennaio 2002.

Gouvernement, Maastricht
Gouvernement, Maastricht. Encarta
Il 1° maggio 1998, grazie a un’imponente manovra finanziaria messa a punto dal governo di Romano Prodi, che aveva Carlo Azeglio Ciampi quale ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica, l’Italia è entrata con il “gruppo di testa” nell’Unione monetaria europea.
L’Europa deve comunque superare le proprie rivalità interne anche per combattere un ormai comune nemico, la disoccupazione, drammaticamente alta in tutti i grandi paesi, a cominciare dalla Germania. In Italia il tasso di disoccupazione, sebbene sceso negli ultimi anni, ripropone ancora una volta la spaccatura del paese tra il Nord, dove la disoccupazione è contenuta e in certe zone è pressoché assente, e il Sud, dove spesso supera il 20% e addirittura il 40% tra i giovani e le donne. Caratteristica fino a due decenni fa delle economie più deboli, oggi il problema della disoccupazione coinvolge anche i paesi altamente industrializzati, sia perché l’automazione degli impianti e dei processi lavorativi espelle la manodopera dalla produzione, sia perché l’industria occidentale, e principalmente le compagnie multinazionali, trasferiscono una cospicua parte dell’attività produttiva in paesi poco sviluppati, dove la manodopera è infinitamente più economica. "Italia," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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