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Storia dell'Arabia Saudita : la guerra del Golfo
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L’invasione irachena del Kuwait nell’agosto del 1990 agitò ulteriormente il quadro politico e strategico mediorientale ed ebbe per l’Arabia Saudita notevoli ripercussioni economiche e politiche. Temendo un attacco iracheno, il governo saudita offrì infatti accesso all’armata statunitense ed entrò a far parte della coalizione antirachena nella guerra del Golfo. Contemporaneamente, per compensare la perdita delle forniture petrolifere irachene e kuwaitiane, incrementò la produzione di greggio.

Nel 1992 Fahd introdusse alcune riforme politiche e istituzionali, istituendo la Shura, il Consiglio consultivo (che si riunì per la prima volta nel 1993), e promulgando una Carta dei diritti. A causa delle ingenti spese sostenute durante la guerra del Golfo, il paese scivolò in una grave crisi economica, che costrinse il governo a operare sostanziali tagli alla spesa sociale e alla difesa; tuttavia nel marzo 1994 si oppose al piano iraniano di rialzo del prezzo del petrolio.

La partecipazione alla guerra del Golfo e la permanenza delle truppe statunitensi sul territorio saudita furono interpretate da una grossa parte della popolazione saudita come un tradimento della nazione araba e un atto di sottomissione all’Occidente. Nel tentativo di contenere la protesta dei religiosi – sostenuta peraltro non disinteressatamente da membri del governo e della stessa famiglia reale – Fahd intensificò il sostegno ai wahhabiti, che ebbero un ruolo di rilievo anche nella guerra civile nella ex Iugoslavia. Tuttavia, la strategia di Fahd non ottenne gli esiti sperati; nella seconda metà degli anni Novanta crebbero i sentimenti antioccidentali e numerosi attentati colpirono le truppe statunitensi di stanza nel paese (nel 1995 a Riyadh, nel 1996 a Dhahran), ma crebbe anche l’opposizione dei religiosi più radicali alla Corona saudita.

Nel 1995 Fahd, colpito da un ictus, uscì di scena; la lotta per la successione all’interno della famiglia reale si risolse a favore del principe Abdullah. Questi promosse alcune riforme, tra cui l’allargamento del Consiglio consultivo da 60 a 90 membri. Sul piano della politica estera i segni della nuova leadership furono anche più evidenti, indicando la volontà di un riavvicinamento al mondo arabo e islamico. Infatti, mentre i rapporti con gli Stati Uniti andarono deteriorandosi – sia per la lentezza con cui procedevano i negoziati di pace israelo-palestinesi, sia per la ripresa degli attacchi statunitensi e britannici sull’Iraq, destinati secondo Riyadh a rafforzare ulteriormente il regime di Saddam Hussein – Abdullah sostenne il severo regime instaurato dai taliban in Afghanistan e avviò una ripresa delle relazioni con l’Iran e la Libia. Nel 1998 proibì l’utilizzo delle basi saudite per gli attacchi aerei contro l’Iraq.

Per contenere il malcontento dei religiosi, nel 1998 si rifiutò di consegnare all’ONU Osama Bin Laden, ritenuto responsabile degli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania; tuttavia, per non compromettere ulteriormente le sue relazioni con gli Stati Uniti e i paesi occidentali, iniziò a prendere le distanze dal regime afghano dei taliban, diventato il principale alleato di Osama Bin Laden.

Il devastante attacco terroristico lanciato nel settembre del 2001 da un commando suicida contro le torri del World Trade Center a New York e l’edificio del Pentagono a Washington (vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001) fu un allarmante segnale per il regime saudita: non

Guerra del Golfo
Guerra del Golfo

solo l’attacco era riconducibile all’organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden, ma 15 dei 19 membri del commando erano cittadini sauditi. L’avvio di una radicale riforma politica ed economica divenne per Riyadh determinante per contrastare le deriva terroristica del radicalismo islamico, salvaguardando la stessa stabilità della monarchia e le relazioni con i partner occidentali e con gli Stati Uniti in primo luogo. Riyadh ruppe ogni relazione diplomatica con i taliban, offrendo il suo sostegno agli Stati Uniti nell’offensiva contro il terrorismo. Nel contempo, nel tentativo di riguadagnare consenso presso la comunità islamica, nel marzo 2002 Abdullah presentò un suo piano di pace per la Palestina, offrendo il riconoscimento dei paesi arabi a Israele in cambio della soluzione della questione palestinese; il piano raccolse consensi anche presso le diplomazie occidentali, ma non ebbe tuttavia alcun esito.

Nella nuova crisi irachena, esplosa nel 2002 con l’accusa statunitense e britannica al governo di Baghdad di sviluppare un programma di costruzione di armi di sterminio di massa, Riyadh si sforzò di scongiurare la guerra, negando infine all’armata statunitense l’uso delle basi saudite quando nella primavera del 2003 venne lanciato l’attacco contro l’Iraq. In aprile, crollato il regime di Saddam Hussein, Riyadh e Washington raggiunsero un accordo per smantellare le basi statunitensi in Arabia Saudita. In maggio, un primo attentato nella capitale saudita inaugurò nel paese un periodo di violenza e di pericolosa instabilità. "Arabia Saudita," Microsoft® Encarta

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