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L'economia russa
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Come tutte le repubbliche ex sovietiche, anche la Russia ha subito gravi ripercussioni in seguito allo scioglimento dell’URSS. Il passaggio da un’economia pianificata e strettamente controllata dal potere centrale a un’economia di mercato è avvenuto in modo traumatico e il processo non è ancora ultimato. Nel frattempo si sono avuti fenomeni recessivi preoccupanti di cui ha sofferto la maggior parte della popolazione. Significativamente le iniziative imprenditoriali, un tempo promosse dal governo, sono diminuite di circa un terzo dalla fine degli anni Ottanta e il tasso di inflazione ha raggiunto il 1000% annuo. Il valore del rublo è sceso rapidamente dal cambio di 0,6 rubli per 1 dollaro USA nel 1988, a più di 1000 rubli per 1 dollaro nel 1993. Il debito ereditato dal periodo sovietico rappresenta circa un quinto del prodotto interno lordo del paese. Nel 2006 il PIL ammontava a 986.940 milioni di dollari USA, pari a 6.925,90 dollari USA pro capite.

Il tentativo di riforma economica, avviato dal presidente Boris Eltsin nel 1992, è stato in un primo tempo frenato dalle resistenze della burocrazia politica ed economica. In una seconda fase, iniziata a partire dal 1994, la liberalizzazione del sistema economico è consistita quasi esclusivamente in una confusa privatizzazione del patrimonio pubblico che, mentre ha inciso minimamente sui conti dello stato, è andata ad arricchire una nuova e vorace oligarchia – formata in parte da ex esponenti del regime sovietico e in parte da una leva di spregiudicati imprenditori – più attenta ai mercati finanziari internazionali che alle esigenze di ammodernamento dell’obsoleto apparato produttivo russo.

La liberalizzazione del sistema economico si è così accompagnata a una grave crisi economica e sociale. Le previsioni per il futuro dell’economia russa restano incerte, anche per l’instabilità che ha caratterizzato la vita politica del paese negli ultimi anni e che ha scoraggiato l’ingresso di investimenti esteri nel mercato russo.

Il lento processo di privatizzazione delle aziende ha avuto ripercussioni negative nel settore agricolo. Alla fine degli anni Novanta gran parte dei terreni coltivabili era ancora gestita da aziende statali e solo una minima parte era affidata a privati. Nel 2006 il settore agricolo contribuiva per il 4,9% alla formazione del PIL annuo, occupando il 10% della forza lavoro.

Le principali aree agricole del paese sono quelle comprese nel cosiddetto “triangolo fertile”, tra il mar Baltico e il Mar Nero, alcune zone lungo il margine sudoccidentale della Siberia e la regione estremo-orientale.

Magazzini GUM, Mosca
Magazzini GUM, Mosca

I principali prodotti dell’agricoltura sono frumento, orzo, avena, segale e patate, dei quali la Russia è tra i maggiori produttori mondiali, oltre a barbabietole da zucchero, semi di girasole e ortaggi; notevoli sono anche le produzioni di grano saraceno, miglio e lino. Tra le colture frutticole di rilievo, le principali sono quelle di mele, pere e ciliegie.

La Russia dispone anche di un rilevante patrimonio zootecnico, che negli ultimi anni ha a sua volta subito gli effetti della crisi. Diffusi l’allevamento dei suini (13,5 milioni di capi nel 2006, contro 22,6 milioni del 1996), dei bovini (21,5 milioni di capi; 39,6 nel 1996), degli ovini (16,1 milioni di capi, contro 25,8 milioni nel 1996), di pollame e volatili (356 milioni; 419 milioni nel 1996). Nel nord e lungo il litorale artico è invece diffuso l’allevamento di renne. "Russia" Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2008
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