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Economia della Birmania
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Il Myanmar è un paese perlopiù agricolo; il settore primario occupa il 63% della popolazione attiva. L’industria, ancora inesistente nel periodo tra le due guerre, cominciò a svilupparsi negli anni Sessanta e Settanta e nel 1998 impiegava il 12% della forza lavoro. Dal 1962 al 1988 il governo tentò di dare impulso all’economia intraprendendo una “via birmana al socialismo” e nazionalizzando gran parte delle industrie, ma tale politica fallì e, in anni recenti, il paese si è riaperto agli investimenti stranieri.

Il deficit delle imprese statali aumenta costantemente, mentre si assiste a una grande fioritura del mercato nero e al continuo incremento dell’inflazione (alimentato dalle ingenti spese militari). Il prodotto interno lordo pro capite ammonta a 700 dollari USA (1993).

Il 16,7% del territorio birmano è coltivato (2003). Il paese è uno dei maggiori produttori di riso del mondo (25,2 milioni di tonnellate nel 2006) e, prima della seconda guerra mondiale, ne era anche il maggiore esportatore; la risicoltura è ampiamente praticata soprattutto nel delta dell’Irrawaddy, che insieme a quello del Sittang e alla fascia costiera nordoccidentale costituisce la zona più fertile del paese.

Tra gli altri prodotti si citano cereali, cotone, arachidi, legumi, miglio, sesamo, canna da zucchero e tabacco, coltivati perlopiù in piccole aziende nei bassopiani centrali. Sebbene illegale, la produzione e l’esportazione di oppio fornisce grandi quantità di valuta.

Con ben 250 specie arboree sfruttabili commercialmente, le foreste costituiscono un’importante fonte di reddito, in particolare per quanto riguarda il teak (di cui il Myanmar possiede le maggiori riserve del mondo) e il caucciù. La pesca, soprattutto destinata al consumo interno, viene praticata perlopiù in acque dolci. Il comparto primario nel suo insieme fornisce il 57,2% (2000) del PIL annuo e occupa il 63% della forza lavoro.

Mercato in Birmania
Mercato in Birmania. Encarta
"Birmania," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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