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Storia del Messico: la dittatura di Díaz in Messico e la guerra civile
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A eccezione del periodo 1880-1884 (durante il quale il potere passò nominalmente nelle mani di un suo assistente), Díaz governò in maniera dispotica sino al 1911. Sotto la sua dittatura, grazie a massicci investimenti statunitensi e britannici, il Messico fece passi da gigante a livello commerciale ed economico, rilanciando il sistema produttivo nazionale: furono creati stabilimenti industriali, una rete ferroviaria e porti ben attrezzati; si intrapresero lavori pubblici; fu resa più efficiente l’amministrazione statale. Nello stesso periodo crebbe un forte malcontento delle classi popolari, escluse dai benefici della crescita economica, che andava a esclusivo vantaggio delle classi alte e in particolare dei proprietari terrieri, ai quali venne permesso di espropriare le terre appartenenti per tradizione alle comunità degli indios. In generale, il dittatore dimostrò una totale noncuranza per le condizioni di vita delle masse popolari, mentre appoggiò fortemente la Chiesa, abrogando la legislazione anticlericale istituita dai precedenti governi.

Per far fronte ai numerosi scontri, scioperi e rivolte delle classi emarginate e dimostrare il suo rispetto per la democrazia, nelle elezioni del 1910 Díaz consentì la candidatura di un rappresentante dell’opposizione liberale. Francisco Indalecio Madero non riuscì a battere il dittatore nella contesa elettorale, viziata da brogli; tuttavia divenne il fulcro del movimento rivoluzionario che, anche grazie all’appoggio di Emiliano Zapata e Pancho Villa, nel maggio 1911 obbligò il dittatore a dimettersi e a lasciare per sempre il Messico.

La guerra civile

Nel novembre 1911 Madero divenne presidente, ma fu incapace di contrastare gli interessi dell’oligarchia economica e militare e di avviare una politica di riforme; Zapata e Villa, fautori di una politica più radicale, ruppero con il governo e continuarono a richiedere la riforma agraria, mentre Alvaro Obregón avviava la lotta armata nel Nord del paese. Nel 1913 Victoriano Huerta, a capo dell’esercito di Madero, appoggiato dai grandi proprietari e da potenze straniere quali Gran Bretagna e Francia, rovesciò il governo con un violento colpo di stato in cui Madero trovò la morte. Huerta dovette subito fronteggiare la dilagante rabbia popolare e la ripresa del conflitto, guidato, oltre che da Villa e Zapata, da Venustiano Carranza il quale, scacciato Huerta nel 1914, si pose alla testa di un governo provvisorio.

Tuttavia i combattimenti continuarono. Gli eserciti di Villa e Zapata marciarono congiuntamente su Città di Messico, costringendo Carranza alla fuga. Dopo due anni di guerra civile, nel 1916 il governo di Washington, allarmato circa la sorte delle proprietà statunitensi in Messico, inviò un contingente militare al fine di avere ragione delle truppe rivoluzionarie di Villa. L’intervento statunitense, unito al tentativo di colpo di stato ordito da Díaz, ricompattò il fronte rivoluzionario sotto la guida di Carranza, il quale si pronunciò a favore di radicali riforme sociali; nel 1917 le truppe statunitensi furono costrette a lasciare il paese.

La Costituzione del febbraio 1917 introdusse riforme molto avanzate rispetto ai tempi (riforma agraria, esproprio delle proprietà ecclesiastiche, restituzione delle terre comunitarie agli indios, giornata lavorativa di otto ore, protezione del lavoro femminile e minorile, nazionalizzazione delle risorse). Nel maggio dello stesso anno Carranza fu eletto presidente; tuttavia le riforme rimasero perlopiù inapplicate, provocando nelle classi popolari un profondo malcontento destinato ad accrescersi quando, nel 1919, Carranza fece uccidere Emiliano Zapata.

Victoriano Huerta
Victoriano Huerta
Nel 1920 la situazione precipitò: i generali Plutarco Elías Calles, Alvaro Obregón e Adolfo de la Huerta deposero il presidente, il quale fu ucciso durante un tentativo di fuga. Dopo una breve giunta provvisoria guidata da De la Huerta, alla fine del 1920 salì alla presidenza Obregón, che si impegnò in una politica di riconciliazione con gli Stati Uniti, riconoscendo le concessioni alle compagnie petrolifere straniere; in cambio gli USA lo appoggiarono, nel 1924, in occasione di un tentativo di colpo di stato di De la Huerta. Calles, eletto nel 1924, avviò una politica di riforme che, toccando gli interessi dei grandi proprietari e della Chiesa cattolica, ne provocò la violenta protesta. "Messico" Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2008
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