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Storia della Serbia : Crisi del Kosovo
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Nel 1998 il conflitto nazionalistico si riaccese lì dove era sorto quasi dieci anni prima: nel Kosovo. Durante tutti gli anni Novanta la situazione nella provincia a maggioranza albanese si era andata progressivamente deteriorando, fino a indurre una parte della popolazione kosovara ad abbandonare la posizione pacifista sostenuta da Ibrahim Rugova. A peggiorare la situazione fu l’insediamento, peraltro contenuto, nella provincia, di profughi serbi della Bosnia e della Croazia; il timore che Milošević volesse utilizzare i profughi per colonizzare il Kosovo e modificarne a favore dei serbi gli equilibri demografici, causò tra i kosovari-albanesi la crescita del malcontento e il farsi strada di posizioni più radicali. Nel 1996 fece la sua comparsa un movimento di resistenza armata, l’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK).

Dall’estate del 1997 l’azione dell’UÇK si intensificò e la sua posizione indipendentista ottenne un crescente sostegno tra la popolazione albanese del Kosovo. Nel tentativo di ripristinare il controllo sul territorio, il regime serbo rispose rafforzando la sua presenza militare nella provincia.

L’offensiva lanciata dalle truppe serbe nel 1998 contro l’UÇK coinvolse pesantemente la popolazione civile, causando centinaia di vittime e la distruzione di interi villaggi. Al risoluto intervento delle truppe ufficiali si aggiunse – analogamente a quanto era successo in Bosnia durante il precedente conflitto – la criminale operazione di pulizia etnica delle bande paramilitari.

Nel marzo 1998, temendo che lo scontro in Kosovo potesse provocare la ripresa della guerra e la sua estensione al resto dei Balcani, il Gruppo di contatto (istituito per vigilare sulla pace nell’ex Iugoslavia e formato da Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Italia) impose, con il solo parere contrario della Russia, sanzioni economiche alla Serbia e minacciò un intervento militare se questa non avesse accettato di

ritirare le proprie truppe e di avviare un negoziato di pace con i rappresentanti della popolazione albanese del Kosovo. In ottobre fu raggiunto un accordo che stabiliva il cessate il fuoco e l’invio di 2000 osservatori dell’OSCE nel Kosovo.

Le continue violazioni della tregua verificatesi nei mesi seguenti e l’aumento del flusso dei profughi, dovuto alle crescenti violenze sulla popolazione civile, portarono a un’ulteriore iniziativa diplomatica. Tra febbraio e marzo 1999 una bozza di accordo preparata dal Gruppo di contatto fu sottoposta alle delegazioni del governo serbo e della popolazione kosovaro-albanese convocate a Rambouillet, in Francia; l’accordo prevedeva il rispetto dei diritti fondamentali della comunità albanese (politici, religiosi, culturali ecc.) e la concessione di una sostanziale autonomia al Kosovo. Sebbene le parti avessero raggiunto una buona convergenza su molti punti, la prima fase della conferenza di Rambouillet non ebbe tuttavia alcun esito.

Bombardamento sulla Serbia
Bombardamento sulla Serbia
Infatti, mentre i rappresentanti della popolazione kosovaro-albanese cercavano di cogliere l’occasione favorevole per indurre le potenze occidentali all’immediato riconoscimento del Kosovo come stato indipendente, la Serbia respingeva le clausole che imponevano al paese l’accettazione incondizionata della presenza di forze militari NATO sul territorio dell’intera Federazione iugoslava. Inoltre, la Serbia respingeva l’ipotesi di un referendum da tenersi in Kosovo a distanza di tre anni dall’accordo, che avrebbe riproposto e reso a quel punto inevitabile il distacco dalla Serbia di un Kosovo protetto da truppe straniere.

Nella seconda tornata dei negoziati i complessi problemi politici e diplomatici rimasero irrisolti; al termine della conferenza, mentre i rappresentanti dei kosovaro-albanesi dichiaravano infine la loro disponibilità a firmare l’accordo, i serbi lo respinsero definitivamente. In seguito al fallimento della conferenza, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, sostenuti dagli altri paesi della NATO, concordarono l’intervento militare; la notte del 24 marzo 1999 iniziarono le incursioni e i bombardamenti degli aerei dell’Alleanza atlantica sulla Serbia e sulle truppe serbe in Kosovo.

Giustificata come un’inevitabile “ingerenza umanitaria” negli affari interni di un paese sovrano, l’operazione “Allied Forces” della NATO costituì il primo intervento militare lanciato senza una preventiva autorizzazione delle Nazioni Unite. Dopo 78 giorni di bombardamenti, agli inizi di giugno la Serbia accettò una proposta di accordo che escludeva la presenza di truppe militari straniere sul suo territorio, confermava la sovranità serba sul Kosovo, ma accettava un’amministrazione provvisoria del Kosovo da parte delle Nazioni Unite (UNMIK, United Nation Mission in Kosovo) e concedeva alla provincia albanese un’ampia autonomia, garantita da un contingente di sicurezza dell’ONU (KFOR) analogo a quello stanziato dal 1995 in Bosnia e costituito da truppe dei paesi del Gruppo di contatto, compresa la Russia. "Serbia," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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