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La Cina ed il capitalismo : verso il libero mercato
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Il Congresso del 1997 rappresentò per la Cina l’inizio di una nuova e profonda svolta politica ed economica. Sul piano politico, venne lanciata la lotta contro la corruzione nel partito, che venne ulteriormente aperto alla partecipazione dei tecnocrati; il governo intraprese inoltre una riforma globale dell’amministrazione, con la diminuzione delle cariche ministeriali e direttive e con un generale svecchiamento della leadership.

Il paese compì nel contempo altri grandi passi verso il cambiamento del sistema economico in senso capitalistico, sintetizzato nella formula “socialismo di mercato”. L’industria venne abbondantemente ristrutturata e vennero create nuove “zone economiche speciali” che attrassero, per le favorevolissime condizioni di investimento, molti capitali stranieri. La riforma economica e la privatizzazione delle imprese statali, avviata a partire dal 1996, provocò tuttavia la chiusura di migliaia di aziende pubbliche, causando un sensibile aumento della disoccupazione e del malcontento sociale, sfociato in molte occasioni in violenta protesta.

 

Ad aggravare la situazione sopraggiunse la crisi finanziaria che colpì dal 1997 i mercati asiatici, a partire dalla borsa di Hong Kong. Con la decisione politica di non svalutare lo yuan allineandolo alle monete degli altri paesi della regione, la Cina si accollò un ulteriore costo, derivato dalla perdita di competitività dei suoi prodotti sul mercato internazionale.

Con le modifiche costituzionali del 1999, la Cina riconobbe ufficialmente il diritto alla proprietà privata e la legalità del settore economico privato. Le modifiche rivestirono tuttavia un significato solo formale, volto più a rafforzare l’immagine del paese all’esterno che non a guidare gli sviluppi sociali ed economici interni. Il processo di modernizzazione avviato negli anni Ottanta e intensificatosi nel decennio successivo, aveva infatti già determinato, nell’indifferenza di regole e leggi, lo sviluppo di un forte settore privato accanto a quello pubblico. La riforma costituzionale si limitò quindi a prendere atto della nuova realtà economica, senza prevedere una più chiara definizione del quadro giuridico-istituzionale, diventata indispensabile sia per governare meglio la modernizzazione, sia per limitare gli estesi fenomeni di corruzione e di criminalità che l’avevano accompagnata.

Le campagne di moralizzazione lanciate dal governo centrale contro la corruzione nel partito e il fenomeno mafioso, diedero infatti risultati controversi, anche per l’attitudine delle stesse autorità centrali e soprattutto di quelle periferiche a sottovalutare il problema.

Ancora più formale risultò l’introduzione nella Costituzione del principio dello “stato di diritto”; la leadership cinese continuò infatti a rinviare l’introduzione di riforme (e a giustificare il permanere di un controllo pressoché totale del partito sulla società cinese) nel timore di una crescita dell’opposizione al regime e dell’esplosione di lotte sociali. Per certi aspetti, a provocare l’aumento dell’instabilità, oltre agli effetti della profonda ristrutturazione economica, fu la stessa condotta del regime; il continuo rinvio di una reale riforma che assicurasse alla società cinese maggiori diritti politici e civili, aveva suscitato negli anni Ottanta un vasto movimento di dissenso che non si era spento nemmeno con la violenta repressione di piazza Tienanmen. La miscela ideologica di nazionalismo e confucianesimo che il partito aveva

Jiang Zemin
Jiang Zemin. Encarta
utilizzato nel tentativo di ricreare la coesione sociale, aveva peraltro provocato un’inedita diffusione di sette (tra cui la temuta Falun Gong, i cui membri vengono stimati in milioni) ostili allo stesso processo di modernizzazione.

I consistenti risultati economici e diplomatici ottenuti non consentirono quindi a Zhu Rongji né di conquistare alle sue posizioni tutto il partito – preoccupato di perdere il consenso della sua base operaia e contadina – né l’esercito, una cospicua parte del quale continuò a nutrire scetticismo nei confronti della scelta capitalistica e timore per l’aumento della disgregazione sociale e della criminalità. Il compito della leadership cinese si presentava quindi, alla fine del XX secolo, particolarmente arduo, dovendo conciliare l’esigenza di integrarsi nel sistema economico mondiale e quella di mantenere unito un enorme e popoloso paese, attraversato da laceranti contraddizioni.

"Cina," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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