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Economia dell'Italia : le maggiori aree industriali
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Rispetto ai grandi paesi d’Europa e agli Stati Uniti, l’Italia ha attuato con molto ritardo il passaggio a una struttura produttiva eminentemente industriale. Inoltre, il processo di industrializzazione non ha interessato in modo omogeneo tutto il territorio nazionale; ancor oggi si registrano considerevoli differenze tra le varie aree produttive, sia per quanto riguarda la percentuale degli addetti in rapporto alla popolazione che lavora, sia soprattutto per quanto riguarda la partecipazione delle varie regioni alla produzione del reddito nazionale nel settore dell’industria.

La percentuale degli addetti all’industria è pari al 31% della popolazione attiva (2005) e sta registrando quella complessiva diminuzione che si verifica in tutti i paesi a economia avanzata, nei quali si ha invece il sempre maggior aumento del numero degli occupati nelle attività terziarie (pubblica amministrazione, commerci, comunicazioni, finanze ecc.). Si passa tuttavia dal 45% di addetti in Lombardia e dal 44% circa del Veneto e del Piemonte al 24% circa della Calabria e della Sicilia, cioè quasi alla metà.

 

In modo analogo, mentre per tutta l’Italia la produzione dell’industria fornisce il 26,6% (2006) del PIL nazionale, per la Calabria e la Sicilia rappresenta rispettivamente solo il 18% e il 21%, per la Lombardia e il Piemonte più del 40%.

Quanto alla distribuzione geografica delle aree produttive, tende a perdere rilievo il Nord-Ovest (Lombardia e Piemonte), base tradizionale dell’industrializzazione d’Italia, caratterizzata da imprese di vaste dimensioni, fortemente accentrate (il maggior esempio è rappresentato dalla FIAT, oggi in grave crisi); si tratta di un’area a economia “matura”, nella quale cioè non si potranno avere ulteriori slanci produttivi, e dove è difficile conservare le posizioni acquisite. Un’area del Nord-Ovest come quella ligure attorno a Genova, la cui industria si fondò sulla presenza di un grande porto per l’importazione di materie prime e petrolio greggio, è anch’essa in grave crisi. Il fenomeno più interessante dell’industria italiana è l’impulso che, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, hanno registrato alcune zone dell’Italia centrale, soprattutto della Toscana e delle Marche, e ancor più del Nord-Est, o Triveneto:

il Veneto, il Trentino-Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia. Esse hanno dato origine a un nuovo modello di sviluppo, chiamato “modello NEC” (cioè Nord-Est-Centro). Si tratta di una forma di industrializzazione contraddistinta dall’attività di numerose aziende medio-piccole o medie, con larga diffusione sul territorio, a gestione spesso familiare, con pochi e talora nessun dipendente, e quindi deboli conflitti con la manodopera.

Tra le ragioni di successo del modello NEC sono da annoverare la preesistente conoscenza artigianale di alcune e ben specifiche attività produttive, l’impiego di propri capitali (senza dover ricorrere, o solo ricorrendo in modesta misura a prestiti di denaro e perciò al pagamento di elevati interessi), una fitta rete di infrastrutture nel territorio; la stessa dimensione media o medio-piccola dell’azienda, che un tempo era ritenuta più svantaggiosa rispetto al grande complesso industriale, si è rivelata invece, almeno nella fase iniziale, un fattore positivo, perché ha consentito alle imprese di modificare in tempi brevi la produzione, in funzione dei rapidi mutamenti delle richieste dei mercati mondiali.

Sono nati così i “distretti industriali”, agili, ben integrati nella società locale, con una precisa fascia di prodotti.

Porto di Genova
Porto di Genova. Encarta
Tra i più noti e importanti si ricordano l’oreficeria di Valenza Po (in provincia di Alessandria) e di Vicenza, i mobilifici della Brianza, del basso Veronese e di Pesaro, le seterie di Como, i distretti vinicoli delle Langhe e del Monferrato, i lanifici di Biella e di Prato, i calzaturifici di Vigevano, Macerata e Barletta, la maglieria di Carpi, le armi in Val Trompia (in provincia di Brescia), le vetrerie di Venezia (a Murano) e di Empoli, le ceramiche e piastrelle di Sassuolo, gli strumenti musicali di Castelfidardo, i marmi di Carrara, le concerie di Santa Croce sull’Arno (in provincia di Firenze), i salotti di Santeramo, i conservifici di pomodoro a Salerno e in numerosi comuni in provincia di Napoli.
Forse i distretti industriali potrebbero costituire la soluzione più idonea per coinvolgere in un vasto processo d’industrializzazione anche il Mezzogiorno d’Italia, nel quale invece la politica economica dei grandi poli di sviluppo, proseguita sino a tutti gli anni Ottanta, ha conseguito esiti molto inferiori alle aspettative. La Puglia, che tra l’altro ha già un buona specializzazione nel settore dell’arredamento, si propone oggi come la regione del Sud meglio avviata a uno sviluppo dei distretti industriali. Oggi, tuttavia, anche questo modello è in crisi, dovuta alla concorrenza delle imprese straniere, soprattutto quelle asiatiche, e alle difficoltà della piccolo-media azienda di investire in ricerca e di innovazione. "Italia," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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